giovedì 19 maggio 2016

ANTEPRIMA!!! Recensione "Lettere del sole, lettera della Luna" di Itamar Levy!

Ehilààà... c'è qualcuno???
Allora, prima di cena il nostro Raffi ci parlerà dell'ultimo romanzo che ha letto...
Siete pronti???
Via!!!


Titolo: Lettere del sole, lettere della Luna
Autore: Itamar Levy
Editore: Bompiani
Genere: Romanzo
Formato: Cartaceo
Prezzo: 5,70 €
Data di uscita: 23 Marzo 2000

Trama

Un villaggio palestinese costruito su un ripido pendio ai piedi del quale si stende l'"inferno", l'accampamento militare israeliano: questo è il teatro delle avventure reali e immaginarie di Djafer 'Omar Isma'yil Zaqut, un ragazzo palestinese che l'occupazione ha costretto all'analfabetismo. Lettera dopo lettera, con fatica e amore, Djafer impara a decifrare il mondo. Gli ruotano intorno personaggi magici e imponenti: l'onorevole padre, il fratello pagliaccio, la nonna mangiona, il mistico narratore, ma il loro fascino nulla può contro un nemico che conosce solo il linguaggio della violenza. Attraverso gli occhi sognanti del protagonista, l'autore racconta, con il linguaggio fascinoso delle leggende arabe, la crudeltà quotidiana dell'intifada.


RECENSIONE

L’alfabeto arabo contiene alcune lettere dette solari, altre lunari. Questo romanzo prende spunto proprio dall’alfabeto arabo. Ogni capitolo è dedicato ad una lettera diversa. Ogni lettera diventa lo spunto per narrare episodi della vita di Djafer ‘Omar Isma’yil  Zaqut, un adolescente palestinese. Djafer vive in un villaggio su un pendio così ripido che anche le auto fanno fatica a salirvi. È un paese alle cui porte vi è l’ “inferno”, un accampamento militare israeliano. Le giornate di Djafer sono scadenzate da episodi all’apparenza semplici, ma che spesso  sono solo il prologo ad eventi ben più drammatici. L’intifada, la lotta con i militari israeliani caratterizza la vita del piccolo villaggio. Ad ogni manifestazione patriottica dei palestinesi corrisponde una rappresaglia da parte dei soldati israeliani. Tutto, però, è raccontato con gli occhi di un ragazzo, che spesso non riesce a coglierne appieno il senso e ricorre a esempi e storie a volte dai tratti fiabeschi. Come quello della nonna mangiona, che si rimpinza continuamente di qualsiasi alimento le venga a portata di mano e che dopo la morte del fratello di Djafer, Taha, non si allontanerà dal giardino dove questi è sepolto, giungendo addirittura a mettere radici. Oppure il racconto del toro impazzito che si asserraglia nella moschea del villaggio o dell’asino che si ostina a mangiare la tenda che fa da tettuccio alla jeep dei militari israeliani. La vita di Djafer è caratterizzata dai rapporti con i familiari, oltre alla nonna e al fratello clown, ci sono il padre, un produttore di gelati, e un fratello emigrato nei paesi arabi. La morte violenta sia del fratello clown, che del padre, così come la perdita di amici cari o l’astio dei concorrenti del padrie segneranno la vita del piccolo Djafer, che del resto manifesta sempre più spesso emicranie e svenimenti. Il racconto non si chiude con un evento specifico o con insegnamento quasi didascalico. Tutto è lasciato al giudizio del lettore. È solo uno sguardo nella vita quotidiana di un ragazzino palestinese desideroso di imparare l’alfabeto. 
Il tono del racconto è semplice, fiabesco e diretto al tempo stesso. L’autore ha vinto il Prime Minister’s Prize for Literature, il più importante premio letterario israeliano. Questo romanzo è una delle sue prime opere ad essere stata pubblicata in Italia. Il tono fascinoso, quasi da leggenda araba, cattura il lettore, che sente il desiderio di conoscere sempre più frammenti della vita del piccolo protagonista. È solo un po’ alla volta che emerge tutto il dolore che caratterizza la sua giovane esistenza. Nulla è definito all’inizio e, del resto, anche quando si raccontano eventi tristi o luttuosi il tutto è proprio addolcito dal tono poetico, di chi ha già interiorizzato l’accaduto e lo ha riletto alla luce dei precetti e degli insegnamenti della religione islamica. La fede è parte integrante del libro, ma è una fede semplice, a tratti superstiziosa, ma così spontanea per chi ogni giorno è posto di fronte al dolore. Un dolore che spesso non può evitare, né addolcire. I due fratelli di Djafer – Taha e Sherif – rappresentano quasi due tipi diversi di approccio alla lotta agli israeliani. Mentre il padre lavora incessantemente e fa del proprio successo economico la dimostrazione che i palestinesi possono ancora farcela, Taha rappresenta i sognatori. Ha speso tutti i soldi che il padre gli inviava a Riga, anziché per studiare, per imparare l’arte dei clown. E proprio da clown si veste per affrontare i soldati. Sherif, invece, lontano per molti anni dal paese natio, si scopre essere stato in carcere ed essere attivo nella resistenza armata. Tutto il racconto è deformato dallo sguardo del fanciullo, che già si sente grande, ma che non riesce ancora a compiere l’impresa che più gli sta a cuore: imparare l’alfabeto. È proprio l’alfabeto arabo il grande protagonista di questo romanzo. È l’alfabeto che permette di leggere il corano, è l’alfabeto che permette di andare in viaggio a Gerusalemme o Betlemme, è l’alfabeto che permette di leggere libri, giornali, di capire come va il mondo. L’opera è certamente consigliabile, adatta anche ai giovani lettori. Aiuta sicuramente a guardare con ogni diversi ad un conflitto che dura da molti, troppi anni. 



(Recensione a cura di Raffaele)


VALUTAZIONE


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